Magnetoencefalografia (MEG): cos’è e a cosa serve

Magnetoencefalografia (MEG): cos’è e a cosa serve

magnetoencefalografia cos'è e a cosa serve

La magnetoencefalografia, un esame diretto e non invasivo che permette di misurare i piccolissimi campi magnetici prodotti dall’attività elettrica cerebrale, potrebbe rivelarsi efficace per fornire una valutazione quantitativa e oggettiva della salute dei follicoli piliferi e testare gli effetti dei diversi trattamenti sulla crescita dei capelli. Lo riporta un recente studio pubblicato sulla rivista internazionale Scientific Reports.

Cos’è la magnetoencefalografia

La magnetoencefalografia (MEG) è una tecnica diagnostica non invasiva che misura i campi magnetici generati dal cervello umano, risultanti dalle correnti elettriche intracraniche. Questo metodo di imaging, sviluppato nel 1968 dal fisico David Cohen, è uno dei più avanzati e presenta sia vantaggi che svantaggi rispetto ad altre tecniche d’indagine.

La MEG analizza l’attività elettrica in termini di millisecondi, e questo la rende più vantaggiosa rispetto alla risonanza magnetica funzionale (FMR), che presenta una minore risoluzione temporale e aggiorna la mappatura funzionale del cervello ogni centinaia di millisecondi. Inoltre, anche se l’EEG (elettroencefalogramma) è ancora il principale sistema di analisi dell’attività elettrica cerebrale, la MEG è considerata più precisa nel localizzare i segnali elettrici originati da gruppi di neuroni corticali e può contare su un numero molto maggiore di canali di registrazione.

Una macchina MEG utilizza un gran numero di sensori magnetici molto sofisticati denominati SQUID (Super Conduttore ad Interferenza Quantica), che sono in grado di misurare i debolissimi campi magnetici prodotti dall’attività sincrona dei neuroni. Per capire il grado di sensibilità di questi rilevatori, si pensi che la forza dei campi magnetici indotti dalle correnti elettriche cerebrali è circa un miliardo di volte più piccolo del campo magnetico terrestre. Il limite di questa tecnica è che richiede l’uso di costose schermature per ridurre al minimo i disturbi magnetici ambientali. Infatti, i campi magnetici registrati dagli SQUID sono talmente fievoli da rendere necessaria l’esecuzione del test in specifiche zone protette. Per queste ragioni la MEC è ad oggi una tecnica utilizzata in pochi centri specializzati.

magnetoencefalografia macchina

A cosa serve la magnetoencefalografia

La magnetoencefalografia serve a misurare i debolissimi campi magnetici prodotti dall’attività elettrica neuronale post-sinaptica, fornendo così una visione dell’attività funzionale dell’encefalo. In altre parole, questa tecnica consente di avere un quadro aggiornato, millisecondo per millisecondo, di quali regioni del cervello si attivano durante l’esecuzione di un compito richiesto, come parlare, guardare delle immagini o ascoltare dei suoni.

Per queste ragioni, la MEG rappresenta un fondamentale strumento diagnostico per il neurologo al fine di indirizzarlo verso una diagnosi accurata di un disturbo che colpisce il sistema nervoso e permette anche di interpretare lo sviluppo di alcune patologie.

Perché viene fatta la magnetoencefalografia

Attualmente la MEG è usata prevalentemente nell’ambito delle neuroscienze ma può avere anche diverse applicazioni cliniche. Ad esempio, viene utilizzata da tempo per la diagnosi e la gestione dell’epilessia. Essa infatti è in grado di identificare i cosiddetti foci epilettici, cioè i punti del cervello dove si generano gli attacchi epilettici. Inoltre è impiegata per localizzare importanti aree del cervello, come quelle del linguaggio, al fine di evitare che vengano danneggiate durante operazioni chirurgiche finalizzate, per esempio, all’asportazione di una massa tumorale.

Un’altra possibile applicazione della MEG è rappresentata dalla quantificazione dei ritmi cerebrali su pazienti con demenza. Infine, secondo recenti studi, la MEG potrebbe rivelarsi utile nella diagnosi della malattia di Alzheimer.

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Magnetoencefalografia per la mappatura del cuoio capelluto

Sono tanti i fattori che determinano la caduta dei capelli e non sempre è facile capire se si tratta di un fenomeno transitorio o se invece può sfociare in alopecia. Per ovviare a questo problema un team di ricercatori del Massachusetts General Hospital (MGH) ha messo a punto un nuovo metodo d’indagine che, grazie alle registrazioni ottenute con l’impiego dell’apparecchiatura MEG, consente di esaminare l’attività elettrica dei follicoli piliferi e creare una mappatura del cuoio capelluto.

Il metodo si basa sulla rilevazione di un campo magnetico costante generato in seguito ad una leggera pressione esercitata su una regione del cranio contenente follicoli piliferi sani. Per la ricerca sono stati reclutati 17 partecipanti, due dei quali presentavano una condizione di alopecia. Nei risultati si è osservato come le mappe dei partecipanti con alopecia non mostrassero alcuna corrente elettrica nelle aree soggette a pressione.

I ricercatori hanno utilizzato come strumento la magnetoencefalografia perché l’attività elettrica dei follicoli può essere misurata solo magneticamente e perché, grazie ai sensori della MEG, che sono i più sensibili attualmente disponibili sul mercato, è possibile rilevare anche le minuscole fluttuazioni dei campi magnetici che si sviluppano con l’attività cerebrale.

Conclusioni

Anche se questa è una tecnica alquanto particolare e ideata per altri scopi potrebbe benissimo essere utilizzata anche per studiare alcuni tipi di alopecia. L’attivazione elettrica proveniente dai follicoli piliferi in risposta a pressione, misurata grazie alla magnetoencefalografia, potrebbe rivelarsi un promettente biomarcatore per la diagnosi e la cura della perdita dei capelli.

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